Home Page » Attivita' » Campagne » Giubileo: il diritto di rimanere nella propria terra » «Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2COR5, 14-21) 
Riflessione: «Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2COR 5,14-21)   versione testuale
don Paolo Asolan, docente di Teologia pastorale fondamentale presso la Pontificia Università Lateranense
 
Indice:
      
Il Papa ha voluto aprire per la Chiesa un anno di giubileo sotto il segno della misericordia. Se ogni Anno Santo, in realtà, ha avuto come propria ragione la grazia dell'offerta di un perdono certo e universale – e perciò di un'esperienza singolare dell'amore misericordioso del Signore –, l'invito fatto stavolta dal vescovo di Roma è quello di approfittare di questo tempo per ricentrare la nostra vita di singoli battezzati e delle comunità cristiane a partire dal centro della nostra fede, che è appunto la rivelazione e la conoscenza di Dio che è misericordia, rinnovando il nostro rapporto con Gesù, volto concreto della Misericordia di Dio.
    
Non si tratterà, perciò, soltanto di celebrare una buona confessione – anche questo, certamente – quanto di approfittare di questi mesi per rimettere il giusto ordine nella nostra vita, entrando ancora una volta dentro ai gesti, ai pensieri e ai sentimenti di Cristo Gesù (cfr. Fil 2, 5-11).
   
Abbiamo bisogno di respirare, di tanto in tanto, quel senso di ripresa, di nuova vita, in cui tutto ritrova il suo senso e la sua bellezza – intima e trascendente. Quei respiri, quando sono profondi (cioè non affrettati o estenuati da altre cose da fare) e prolungati (dunque non occasionali, ma ripetuti a lungo), sospingono la vita in avanti e mettono in comunione con lo Spirito di Dio che riempie l'universo e fa nuove tutte le cose. Vivere ogni istante della nostra vita, grazie a lui, in comunione con Gesù Cristo è la salvezza: la vita buona e bella che ogni cuore cerca e che desidera duri per sempre.
     
1. Testo biblico
    
Si spiega così la scelta del brano proposto come testo di meditazione e di contemplazione per queste schede, tratto da 2Cor 5,14-21:
   
«Poiché l'amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.
     
Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio».
    
Non solo il servizio della carità, ma tutta la nostra esistenza prende forma dal pensiero della morte di Cristo, avvenuta perché noi non viviamo più per noi stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per noi.
    
La misericordia coincide con il dono di sé perché sia generata la vita in altri. Dio è in se stesso questo dono di sé che genera vita: per questo si può affermare che egli è amore (1Gv 4,8).
    
L’Antico testamento utilizza, tra gli altri, due termini per esprimere la misericordia di Dio. Uno è "Ḥesed", cioè una tenerezza intessuta di fedeltà, che si manifesta negli eventi che Dio governa, nel suo essere all’opera. È il motore che porta avanti la storia, dunque la creazione, la liberazione, l’agire in termini di provvidenza (cfr. Sal 136,1.5-7.10-12.25-26).
 
L’altro termine è il verbo "Raḥam" (a sua volta dal termine "Reḥem", che corrisponde all’organo capace di gestare la vita, l’utero: cfr. Es 34, 5-7). Questo termine collega l'opera di Dio alle Sue viscere, con ultimo riferimento a quelle viscere tutte femminili che intessono la vita. In questo senso la misericordia risulta essere un’attività rigenerante, che ri-crea.
   
Vivendo di questa misericordia è possibile essere continuamente rifatti nuovi, rigenerati: come annuncia Paolo, le cose vecchie passano e ne nascono di nuove. Il nostro compito consiste nel lasciar accadere questa novità e nell'accogliere questo dono, che non lascia tutto come prima, ma fa nuova ogni cosa. L’Apostolo chiama questo rapporto tra noi e Dio "riconciliazione": non c'è relazione nella nostra vita che non venga trasformata quando è vissuta insieme al Signore.
     
2. Una novità di vita, cioè una riconciliazione
     
La grazia dell'Anno Santo consiste nella possibile novità di una riconciliazione, sostenuta dall’azione misericordiosa di Dio, che tocca tutti gli ambiti della nostra esistenza, nella concretezza delle relazioni dalle quali essa è intessuta: quella con i nostri familiari, con la nostra comunità, con gli stranieri venuti tra di noi, con le ingiustizie patite o inflitte, con coloro di cui quotidianamente siamo il prossimo. «Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto» ("Evangelii gaudium", n.2).
    
Di fronte al rischio di ridurre anche la misericordia a un sentimento, bello, nobile e interiore, siamo chiamati a convertirci alla natura propria della misericordia, che attraverso la sua attività genera o ri-genera continuamente la vita. L'atto divino di creare dal nulla si riflette nell’atto della misericordia, nella sua benevolenza, che cambia la vita della persona, non soltanto facendola pervenire ad un sentimento di accoglienza o di interiore compassione: nei Vangeli, infatti, vediamo che quando Gesù ha compassione conseguentemente opera, sempre! (Mt 9,36s; 14,14; 15,32; Mc 1,41; Lc 7,13s).
   
Possiamo così approfittare di questo Anno Santo per riconciliarci con Cristo, mendicando la grazia della sua misericordia, lasciandola agire come sorgente di una novità di vita e di gesti.
    
Per la sua risurrezione Gesù non è un avvenimento del passato, ma un nostro contemporaneo, presente qui e ora nella sua concreta umanità che egli stesso ha insegnato essere riconoscibile nei «suoi fratelli più piccoli» (Mt 25,40.45). Questa espressione designa innanzitutto la Chiesa – che rimane il suo corpo misterioso – ma anche i poveri, chiunque si trova in situazione di bisogno, e più in generale coloro dei quali siamo i prossimi.
    
Le nostre riconciliazioni passeranno di qua.
    
3. Riposo e remissione dei debiti
  
Con due attenzioni. Nel libro del Levitico si prescrive che in occasione del Giubileo la terra venga fatta riposare (Levitico 25,11-12; Genesi 1,29), e i debiti vengano condonati, così da rimettere ciascuno in grado di tornare in possesso di quanto gli consente di vivere (Levitico 25, 23; Genesi 2,15). Il Giubileo era “come sabato, un riposo assoluto per la terra” (cfr. Lv 25,4).
   
La terra che riposa nel tempo del Giubileo ci suggerisce due cose:
– che il Giubileo sarà anche un’occasione per fare discernimento fra ciò che facciamo per il Regno e ciò che può anche venire meno. Troppo spesso riteniamo tutto importante allo stesso modo, e ci affanniamo per cose buone ma per nulla rilevanti;
– che anche il nostro operare per il Regno deve essere serenamente abbandonato in Dio, fatto con impegno ma senza paure, affanni, rabbiosi inseguimenti del tempo che non è mai sufficiente. Il Giubileo riafferma che il tempo è del/per il Signore, ci è dato per incontrare Dio nell’amore e per servire i fratelli nella carità: queste due cose sono possibili ad ogni istante e non necessitano di programmazioni particolari, né di rinvii ad occasioni più favorevoli.
 


PER LA CONVERSIONE AUSPICATA DA "EVANGELII GAUDIUM" (e chiesta dal Papa a Firenze)
 
Circa il primato della misericordia che ci rigenera (n. 3)
Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché «nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore». Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici». Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti!
  
Circa il rinnovamento, frutto della relazione con Gesù Cristo (n. 26)
Paolo VI invitò ad ampliare l’appello al rinnovamento, per esprimere con forza che non si rivolgeva solo ai singoli individui, ma alla Chiesa intera. Ricordiamo questo testo memorabile che non ha perso la sua forza interpellante: «La Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa, meditare sul mistero che le è proprio […] Deriva da questa illuminata ed operante coscienza uno spontaneo desiderio di confrontare l’immagine ideale della Chiesa, quale Cristo vide, volle ed amò, come sua Sposa santa ed immacolata (Ef 5,27), e il volto reale, quale oggi la Chiesa presenta […] Deriva perciò un bisogno generoso e quasi impaziente di rinnovamento, di emendamento cioè dei difetti, che quella coscienza, quasi un esame interiore allo specchio del modello che Cristo di sé ci lasciò, denuncia e rigetta». Il Concilio Vaticano II ha presentato la conversione ecclesiale come l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo: «Ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in un’accresciuta fedeltà alla sua vocazione […] La Chiesa peregrinante verso la meta è chiamata da Cristo a questa continua riforma, di cui essa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno». Ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza «fedeltà della Chiesa alla propria vocazione», qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo.
 

 
PER METTERE A FUOCO CIÒ CHE DESIDERIAMO DAL GIUBILEO E CHIEDERLO NELLA PREGHIERA AL SIGNORE
(cfr. Mc 10,51)
  1. Di quale conversione al vero volto misericordioso del Padre ho bisogno? Il centro della mia fede è davvero la misericordia, così come si manifesta nel mistero della croce del Signore?
       
  2. Come ho sperimentato l’opera della misericordia nella mia vita? A quali esperienze ho bisogno di ritornare continuamente, per esserne rigenerato nella fede, nell’amore e nella speranza?
       
  3. A quali novità il Signore sta chiamando me, la mia famiglia, la mia comunità? Da quali segni mi sento interpellato?
       
  4. Di quali semplificazioni e conversioni pastorali ha bisogno la Comunità di cui faccio parte, per poter essere un riflesso più puro della misericordia del Signore?