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Accogliere quelli di casa   versione testuale
Riconciliarsi con “quelli di casa” dai quali ci siamo separati
Don Paolo Asolan, docente di Teologia pastorale fondamentale presso la Pontificia Università Lateranense
   
Indice:
   
        
1. LA FERITA DELLE EREDITÀ RIVENDICATE
  
Vi è un fenomeno non raro tra i cristiani, nemmeno troppo invisibile e, tuttavia, stranamente e obiettivamente trascurato anche da quanti – nel loro servizio di carità – si prendono cura della propria “formazione del cuore” (cfr. Benedetto XVI, "Deus caritas est", n. 31): si tratta  delle divisioni familiari causate da motivi ereditari, o comunque da ingiustizie patite o inflitte in questioni che riguardano i beni materiali, le proprietà, gli averi di famiglia.
   
Talora si tratta di vere e proprie faide ancestrali; altre volte di risentimenti e di relazioni interrotte, mai sanate e affidate piuttosto a controversie legali, avvocati e procedimenti civili che si trascinano per anni, sciupando la vita nella lontananza e nell’astio; altre volte si esprimono con una sorta di morte civile: fratelli, nipoti e parenti vengono eliminati dall’orizzonte della propria esistenza, assecondando così una volontà omicida dalla quale Gesù ci ha messo in guardia, perché si annida già nelle espressioni ingiuriose con le quali offendiamo il prossimo (cfr. Mt 5, 21-26).
   
La libertà dell’amore che viene riversato nei nostri cuori dallo Spirito (Rm 5,5) passa per un rapporto cristiano con gli averi, e per il ristabilimento di una gerarchia di valori dove le persone sono trattate e comunque ritenute più preziose delle cose materiali. Nella realtà non è sempre così. E poiché siamo spiriti incarnati, questo rapporto con le cose materiali non è trascurabile né risolto una volta per tutte. Fa parte ogni giorno della nostra esistenza, incide molto concretamente sulla nostra anima e sulla nostra reale capacità di amare: dunque di essere liberamente ed effettivamente a servizio di qualcuno, di dare e ricevere perdono di vero cuore, di agire con disinteresse e cercando comunque di non perdere nessuno dei nostri fratelli (cfr. Mt 18,15).
   
In certi casi, un rapporto non riconciliato con i beni e con i fratelli con i quali li dobbiamo condividere, può arrivare addirittura ad appropriazioni indebite, al furto e all’inganno, perpetrati magari anche a danno dei poveri, stornando soldi e mezzi loro destinati o dei quali avrebbero certamente più bisogno di noi.

2. LA GUARIGIONE CHE VIENE DALLO STARE DAVANTI E DENTRO A GESÙ CROCIFISSO
    
Se la formazione del cuore è formazione all'amore, occorre leggere quel libro nel quale viene in un certo senso spiegato e rappresentato cosa sia l'amore: questo libro è Cristo crocifisso (cfr. 2 Cor 5, 14-21). Ai piedi della croce si impara la totalità dell’amore, cioè un nuovo modo di essere: «Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale» (Benedetto XVI, "Deus caritas est", n. 12). È alla luce di un tale rovesciamento di giudizio affermato sulla Croce che si può comprendere nella giusta luce come liberarsi da quell’attaccamento alle cose che impedisce di amare fino in fondo, perfino contro il proprio immediato (e magari legittimo) interesse: Gesù ha considerato la nostra vita meritevole del dono totale di Sé, anche volgendosi “contro se stesso”, perché quel che ha cercato con tutto Sé stesso è stata la nostra salvezza, e non la Sua (cfr. Mc 15, 29; Lc 23,39). 
      
Come scrive Paolo nel passo che ci accompagna lungo questo Anno Santo: «Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove».
   
Stando con Gesù dentro al mistero della sua Pasqua, si impara la conoscenza dell’amore del cuore di Cristo. Possiamo avere il coraggio di proporci e di proporre questa scuola esigente, ma liberante. Val la pena di proporre con coraggio agli operatori della carità di formarsi alla scuola della Croce, per diventare capaci di donare non qualcosa, ma se stessi, nella profezia della gratuità, per la gioia dell’altro, non facendo dipendere il nostro dono dai destinatari, in circostanze a volte effettivamente difficili o contrarie, con quella fedeltà definitiva che il dono comporta.
   
La grazia dell'Anno Santo consiste nella possibile novità di una riconciliazione, sostenuta dall'azione misericordiosa di Dio, che tocca tutti gli ambiti della nostra esistenza, nella concretezza delle relazioni dalle quali essa è intessuta: quella con i nostri familiari, innanzitutto. «Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto» ("Evangelii gaudium", n.2).

3. LUCA 12,13-21
  
«In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: “Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”.  Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».
       
Anche Gesù si è trovato coinvolto in una discussione su un’eredità. Al suo tempo, l’eredità aveva anche a che fare con l’identità delle persone (1 Re 21,1-3) e con la sopravvivenza (Nm 27,1-11; 36,1-12). Il problema maggiore era la distribuzione delle terre tra i figli del defunto padre. Essendo spesso la famiglia composta di più eredi, vi era il pericolo che la proprietà si frantumasse in pezzi di terra talmente piccoli che non avrebbero più potuto garantire la sopravvivenza di tutti. Per questo, onde evitare la disintegrazione dell’eredità e mantenere vivo il nome della famiglia, il primogenito riceveva solitamente il doppio degli altri figli (Dt 21,17).
   
Nella risposta di Gesù si manifesta la consapevolezza che Egli ha della sua missione: non è venuto per fare da arbitro tra parenti che si contendono l’eredità, non è un amministratore di beni temporali, e tuttavia fa parte della sua missione illuminare le persone riguardo al senso della vita, che non consiste ultimamente nell'avere molte cose, bensì nell'essere ricco per Dio, “davanti a Lui” (Lc 12,21).
   
Si spiega così anche la collocazione a questo punto del Vangelo della parabola dell’uomo ricco, preoccupato per suoi beni, improvvisamente aumentati a causa di un raccolto abbondante, ai quali quest’uomo pensa di poter affidare tutto il suo destino. L’accumulo nei granai gli garantirà – così pensa – una vita futura senza preoccupazioni. Si tratta, in fondo, del consueto inganno procurato dalla ricchezza, grazie alla quale uno pensa di avere finalmente potere su ogni aspetto della vita, affrancandosi tra l’altro da qualunque altro tipo di legame – fosse anche quello dei suoi familiari o del suo prossimo – chiudendosi in una soddisfazione di sé che lo risucchia sempre più, isolandolo dalla realtà, dalla verità e dal bene. In effetti, è la ricchezza a dominare colui che la possiede (cfr. Mt 6,24-34). Ci sono persone che credono addirittura di poter servire allo stesso tempo sia Dio sia il danaro, e così affidano la stabilità della loro esistenza un po' all'uno e un po' all'altro. L'inganno della ricchezza (cfr. Mt 13,22), invece, conduce soltanto all'affanno. 
   
«Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?». La morte rivela ciò che perisce e ciò che rimane. Chi cerca solo di avere e dimentica l’essere, perde tutto nell’ora della morte. «Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio». Come diventare ricco per Dio? Nel Vangelo Gesù dà alcuni suggerimenti: chi vuole essere il primo, sia l’ultimo (Mt 20,27; Mc 9,35; 10,44); è meglio dare che ricevere (At 20,35); il più grande è il minore (Mt 18,4; 23,11; Lc 9,48); salva la sua vita colui che la perde (Mt 10,39; 16,25; Mc 8,35; Lc 9,24).
   

   
Circa il riconoscimento del diritto alla felicità di tutti: da "Amoris lætitia", n. 96
In definitiva si tratta di adempiere quello che richiedevano gli ultimi due comandamenti della Legge di Dio: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17). L’amore ci porta a un sincero apprezzamento di ciascun essere umano, riconoscendo il suo diritto alla felicità. Amo quella persona, la guardo con lo sguardo di Dio Padre, che ci dona tutto «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), e dunque accetto dentro di me che possa godere di un buon momento. Questa stessa radice dell’amore, in ogni caso, è quella che mi porta a rifiutare l’ingiustizia per il fatto che alcuni hanno troppo e altri non hanno nulla, o quella che mi spinge a far sì che anche quanti sono scartati dalla società possano vivere un po’ di gioia. Questo però non è invidia, ma desiderio di equità.
   
Circa la cura da avere nei rapporti tra fratelli : da "Amoris lætitia", n. 194-195
La relazione tra i fratelli si approfondisce con il passare del tempo, e «il legame di fraternità che si forma in famiglia tra i figli, se avviene in un clima di educazione all’apertura agli altri, è la grande scuola di libertà e di pace. In famiglia, tra fratelli si impara la convivenza umana […]. Forse non sempre ne siamo consapevoli, ma è proprio la famiglia che introduce la fraternità nel mondo! A partire da questa prima esperienza di fraternità, nutrita dagli affetti e dall’educazione familiare, lo stile della fraternità si irradia come una promessa sull’intera società». 
Crescere tra fratelli offre la bella esperienza di una cura reciproca, di aiutare e di essere aiutati. Perciò «la fraternità in famiglia risplende in modo speciale quando vediamo la premura, la pazienza, l’affetto di cui vengono circondati il fratellino o la sorellina più deboli, malati, o portatori di handicap». Bisogna riconoscere che «avere un fratello, una sorella che ti vuole bene è un’esperienza forte, impagabile, insostituibile», però occorre insegnare con pazienza ai figli a trattarsi da fratelli. Tale tirocinio, a volte faticoso, è una vera scuola di socialità. In alcuni Paesi esiste una forte tendenza ad avere un solo figlio, per cui l’esperienza di essere fratello comincia ad essere poco comune. Nel caso in cui non sia stato possibile avere più di un figlio, si dovrà trovare il modo di far sì che il bambino non cresca solo o isolato.
   
Circa l’inganno della ricchezza: da "Misericordiae Vultus", n. 19
La parola del perdono possa giungere a tutti e la chiamata a sperimentare la misericordia non lasci nessuno indifferente. Il mio invito alla conversione si rivolge con ancora più insistenza verso quelle persone che si trovano lontane dalla grazia di Dio per la loro condotta di vita. Penso in modo particolare agli uomini e alle donne che appartengono a un gruppo criminale, qualunque esso sia. Per il vostro bene, vi chiedo di cambiare vita. Ve lo chiedo nel nome del Figlio di Dio che, pur combattendo il peccato, non ha mai rifiutato nessun peccatore. Non cadete nella terribile trappola di pensare che la vita dipende dal denaro e che di fronte ad esso tutto il resto diventa privo di valore e di dignità. È solo un’illusione. Non portiamo il denaro con noi nell’aldilà. Il denaro non ci dà la vera felicità. La violenza usata per ammassare soldi che grondano sangue non rende potenti né immortali. Per tutti, presto o tardi, viene il giudizio di Dio a cui nessuno potrà sfuggire.    
     

 

PER METTERE A FUOCO CI
Ò CHE DESIDERIAMO DAL GIUBILEO E CHIEDERLO NELLA PREGHIERA AL SIGNORE (cfr. Mc 10,51)
  1. Come ricominciare sempre di nuovo a valutare la preziosità della vita – nostra e dei nostri fratelli – alla luce della Croce del Signore? Come non cadere nella trappola di giudicare i beni materiali più importanti della vita di un essere umano?
      
  2. Come aiutarci a dare il giusto peso alle preoccupazioni materiali, senza farci prendere dall’affanno e dalla tentazione di pensare che siano le cose che possediamo a rendere serena e sicura la vita?
      
  3. A quali semplici gesti di distacco, sobrietà, dono di noi stessi possiamo educare ogni giorno il nostro cuore? A che cosa lo riconosciamo attaccato in maniera esagerata o addirittura malata?
       
  4. Quale processo di affrontamento e di pacificazione dei conflitti abbiamo bisogno di imparare, per aprire strade di riconciliazione già dentro le nostre famiglie? Come sostenere tentativi sempre nuovi di ripresa del dialogo, senza cedere alle stanchezze e agli insuccessi?
       
  5. Quale contributo può offrire la comunità cristiana perché i conflitti nelle famiglie e tra le famiglie possano essere affrontati diversamente che nei tribunali e nei processi?