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«Ma voi siete di Cristo...»   versione testuale
Riconciliarsi nella Chiesa
Don Paolo Asolan, docente di Teologia pastorale fondamentale presso la Pontificia Università Lateranense
   
Indice:
    
        
1. L'UNITÀ DONO DELLO SPOSO
  
«I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo.
Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si sono divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte» (Gv 19, 23-24).
   
L’evangelista Giovanni, non meno che gli altri evangelisti, è sempre molto attento e preciso nel trasmetterci quel che ha udito e visto, spesso usando l’Antico Testamento come una lente grazie alla quale guardare e capire i gesti e i significati più profondi e divini di cui scrive, che altrimenti da soli non sapremmo riconoscere. L’attenzione che egli presta alla tunica “inconsutile” non è dunque attenzione a un particolare qualunque, e la Tradizione fin dai padri riconosce in quell’indumento «senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo» un simbolo dell’unità della Chiesa. Qualunque sia la spiegazione da dare, una cosa è certa: l’unità dei discepoli – e, attraverso di essi, quella di tutta l’umanità – è lo scopo per il quale Gesù muore: «Gesù doveva morire […] per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 51-52). Nell’ultima cena lui stesso aveva detto: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 20-21).
Se l’unità deve servire da segno “perché il mondo creda”, essa si deve poter vedere nel segno e nella realtà di comunità che vivono riconciliate e unite nella comunione. Questa unità riconciliata, invece, è andata perduta e la dobbiamo ritrovare. Già san Paolo ne scrive ai cristiani di Corinto (1 Cor 13, 4-21):
   
«Quando uno dice: "Io sono di Paolo", e un altro: "Io sono di Apollo", non vi dimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. […] Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani. Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio».
 
Sono esperienza comune e diffusa divisioni di questo tipo anche in questo nostro tempo, e proprio all’interno stesso di un organismo come la Chiesa, dove l’unità delle parti è necessaria perché vi sia la vita di Dio tra di noi e vi sia perciò la comunione che è la Chiesa. Non si tratta soltanto di cercare di andar d’accordo, da buoni vicini, ma di una realtà intima, che ci costituisce, e che consiste nell’aver parte alla medesima vita proprio in virtù dell’essere in comunione tra di noi e con Gesù Cristo: «Un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti» (Ef 4, 4-6). 
2. UNA RICONCILIAZIONE NON RINVIABILE
    
Specialmente se svolgiamo qualche servizio o se semplicemente siamo parte di una parrocchia, sappiamo bene quanto sia largo lo spettro delle divisioni: tra chi partecipa alla vita della parrocchia e chi no; tra chi è di un movimento e tutti gli altri; tra vescovi e sacerdoti; tra sacerdoti di uno stesso presbiterio; tra sacerdoti e religiosi/e; tra consacrati e laici; tra appartenenti a confessioni diverse dell’unica fede.
In questo senso, la chiesa non è ancora il paradiso. L’amore a cui ci chiama Gesù non è un amore di fusione, dove l’intesa scatta immediatamente, riportandoci alla placenta del pancione della mamma. Una comunità in cui i conflitti e i problemi sono spariti per incanto grazie a facili procedimenti. È piuttosto un amore di alleanza, quello di Gesù, che muore facendosi carico dell’odio e del rifiuto di amare, cioè del peccato. Dunque è un amore che conosce la fatica e i tempi di una riconciliazione.
 
Dal giorno in cui è nata la Chiesa, i cristiani sono chiamati ad amarsi tra di loro come ha amato Cristo, entrando in quel cammino di morte e di risurrezione che li fa essere un’umanità nuova. 
Rientra tra gli obiettivi che hanno di fronte – e non dietro le spalle – affaticarsi per superare le divisioni che esistono fra di loro e con gli uomini, i conflitti o le stesse lingue diverse che li condannerebbero a tutte le incomprensioni possibili e immaginabili.
Non si vede perché, improvvisamente e saltando per magia – e non per  storia – tutti i passaggi necessari, noi dovremmo essere un’umanità diversa da quello che siamo. Sarà perciò stando dentro la Chiesa che sarà possibile battersi con l’efficacia dello Spirito contro le divisioni e il male. Da soli sarebbe presuntuoso e forse anche fallimentare.
Meravigliarsi delle debolezze degli altri equivale spesso a ignorare le nostre. Correggere le nostre e sostenere quelle degli altri significa irrigare e lasciar crescere già su questa terra il seme di quel regno, di cui la Chiesa è segno e inizio. Con una coscienza di urgenza:
  
«Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).   
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3. FEDE, SPERANZA E CARITÀ SONO NECESSARIE ALL'UNITÀ
 
Non si tratta di ridurre il dono e l’impegno per la riconciliazione nella Chiesa a un facile moralismo, ma di tenere insieme quel che edifica una comunità cristiana e che ricuce le divisioni. Paolo lo descrive nel suo saluto alla comunità di Tessalonica:
  
«Paolo, Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace! Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo. Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui. Il nostro vangelo, infatti, non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione, come ben sapete che siamo stati in mezzo a voi per il vostro bene» (1 Ts, 1,1-5).
       
Egli si rallegra perché a Tessalonica i cristiani hanno imparato ciò che è fondamentale: quel piccolo gruppo di cristiani vive la fede, la speranza, e la carità. Niente di eccezionale, sembrerebbe. In loro, però, c’è qualcosa che a noi, oggi, non riesce, e che è all’origine di tante divisioni, separazioni e scissioni: le tre virtù sono strettamente unite.
A noi può capitare di essere difensori della fede senza preoccuparsi altrettanto di dare testimonianza della speranza: accade quando siamo tristi, impauriti, se ci troviamo senza soldi, senza salute, senza successi; o anche davanti ai tanti che abbandonano la fede, ai giovani che se ne vanno dalla Chiesa, alle famiglie che si spaccano, o ad avversari che ci combattono.
Può capitare di tenerci alla fede, di andare in chiesa a pregare, ma senza aprirci alla carità che non è solo attenzione ai bisognosi, ma anche andare d’accordo tra di noi, vincere le divisioni, perdonarci reciprocamente, superare i torti subiti, mantenerci amici e fratelli sempre e a tutti i costi, come in vista di un bene più grande dei nostri punti di vista o delle nostre ferite.
Come può anche capitare di illuderci di praticare la carità, ma essere sganciati dalla fede, non coltivando la comunione con il Padre e lo Spirito che della carità sono la vera fonte: solo nella comunione con Dio si può crescere nella carità, secondo la misura di Gesù.
Nessuna di queste tre virtù qualifica da sola il cristiano, che è uno che vive di fede, di speranza, di carità. Che cioè contemporaneamente percorre tre strade, coniuga tre verbi della sua vita concreta: credere, sperare, amare. Non solo un modo di pensare, ma il modo di fare che costruisce la Chiesa e la comunione, perciò la riconciliazione e l’unità.
   

CIRCA LA DIVISIONE NELLA COMUNITÀ CRISTIANA: DA "EVANGELII GAUDIUM", nn. 98-101
   
98. All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! La mondanità spirituale porta alcuni cristiani ad essere in guerra con altri cristiani che si frappongono alla loro ricerca di potere, di prestigio, di piacere o di sicurezza economica. Inoltre, alcuni smettono di vivere un’appartenenza cordiale alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale.
   
99. Il mondo è lacerato dalle guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri umani e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere. In vari Paesi risorgono conflitti e vecchie divisioni che si credevano in parte superate. Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È quello che ha chiesto con intensa preghiera Gesù al Padre: «Siano una sola cosa… in noi… perché il mondo creda» (Gv 17,21). Attenzione alla tentazione dell’invidia! Siamo sulla stessa barca e andiamo verso lo stesso porto! Chiediamo la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di tutti.
     
100. A coloro che sono feriti da antiche divisioni risulta difficile accettare che li esortiamo al perdono e alla riconciliazione, perché pensano che ignoriamo il loro dolore o pretendiamo di far perdere loro memoria e ideali. Ma se vedono la testimonianza di comunità autenticamente fraterne e riconciliate, questa è sempre una luce che attrae. Perciò mi fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?
 
101. Chiediamo al Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere questa legge! Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì, al di là di tutto! A ciascuno di noi è diretta l’esortazione paolina: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21). E ancora: «Non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9). Tutti abbiamo simpatie ed antipatie, e forse proprio in questo momento siamo arrabbiati con qualcuno. Diciamo almeno al Signore: «Signore, sono arrabbiato con questo, con quella. Ti prego per lui e per lei». Pregare per la persona con cui siamo irritati è un bel passo verso l’amore, ed è un atto di evangelizzazione. Facciamolo oggi! Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!
     

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PER METTERE A FUOCO CIÒ CHE DESIDERIAMO DAL GIUBILEO E CHIEDERLO NELLA PREGHIERA AL SIGNORE (cfr. Mc 10,51)
  1. Come riconoscere i doni dei nostri fratelli e sorelle di fede, facendo a gara nello stimarci a vicenda (cfr. Rm 12,1-21)? Come aumentare le occasioni per conoscerci, frequentarci, servire insieme?
      
  2. Come aiutarci a dare il giusto peso alle differenze, senza farci prendere dall’affanno e dalla tentazione di dominare sugli altri, o di imporre a tutti il nostro stile di vita o le nostre sensibilità di fede?
      
  3. A quali semplici gesti di speranza possiamo educare ogni giorno il nostro cuore, cercando di scorgere sempre la luce buona, le possibilità positive presenti nelle relazioni, piuttosto che il male o le impossibilità?
       
  4. Come aiutarci a risolvere i conflitti mediante l’esercizio della correzione fraterna (Mt 18,15-17)? E come imparare la delicatezza necessaria a questa correzione?
       
  5. Come vedere la Chiesa con gli occhi di Gesù Cristo, che ne è lo sposo?