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Le Nazioni Unite promuovono un governo sicuro e ordinato dei grandi movimenti di rifugiati e migranti, ma gli Stati non rispondono   versione testuale
Nohemy Graziani e Andrea Stocchiero, Focsiv
 
Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un crescendo di tragedie che coinvolgono migranti e rifugiati. Migliaia di persone, donne, uomini, bambini muoiono nel tentativo di raggiungere le nostre coste, di oltrepassare muri e fossati, nell’indifferenza generale. Per questo motivo le Nazioni Unite hanno convocato la realizzazione di un Vertice affinché la comunità internazionale possa prendere degli impegni concreti volti a salvaguardare la vita e i diritti umani di queste persone, il diritto alla mobilità così come il diritto a rimanere.
  
Il 19 settembre, presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, si svolge il Summit internazionale che affronterà la questione dei grandi movimenti di rifugiati e migranti, e in cui gli Stati adotteranno un accordo per governare questo fenomeno globale, con la speranza che questa non sia un’altra opportunità mancata.
  
Il 2 agosto, dopo settimane di intense negoziazioni, gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno prodotto come risultato dei loro incontri l’Outcome Document, che si divide in una Dichiarazione politica e due annessi, rispettivamente il Comprehensive Refugee Response Framework (Crr) ed il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration. Questi documenti tengono in considerazione le linee guida e le raccomandazioni espresse dal Segretario Generale dell’Onu Ban Ki Moon nel suo report “In Sicurezza e Dignità: affrontando i grandi movimenti di rifugiati e migranti”. Ban Ki Moon auspica al raggiungimento di un accordo globale che assicuri la responsabilità condivisa tra gli Stati a favore di migrazioni legali, sicure e dignitose, e che attui delle misure concrete per affrontare l’emergenza migratoria. 
  
Il documento negoziato tra gli Stati è però molto debole. Nonostante la formale volontà espressa dai governi a livello internazionale nell’affrontare questa crisi senza precedenti, molti sono gli Stati che non stanno ottemperando agli obblighi disposti da trattati o convenzioni, ma che anzi continuano a violarli prendendosi gioco del diritto internazionale e pregiudicando inesorabilmente il futuro e la vita di milioni di persone. Per fare degli esempi una democrazia come l’Australia ha decretato l’isola di Nauru come centro di detenzione per i richiedenti asilo, in cui secondo le cronache più recenti vengono perpetrati abusi e gravi violazioni dei diritti umani; o ancora il Giappone, che solo nel 2015 ha respinto il 99% delle richieste di asilo, accogliendo solo 27 persone come rifugiati (per saperne di più).
   
E la nostra Unione europea (UE) quanto riconosce i diritti dei migranti e dei rifugiati? Abbiamo già visto negli articoli precedenti come l’Europa sia cinica e insensibile, lontana dal rispetto del diritto alla vita. Tanto che  Papa Francesco ha sottolineato come sia necessario tornare a un’Europa “umanistica”, e ancora «Bisogna aggiornare l'idea di Europa, capace di dare alla luce un nuovo umanesimo con tre capacità: capacità di integrare, dialogare e generare». Agli occhi del Papa questa è un’Europa «nonna, vecchia e sterile»; ricorda ancora papa Francesco che «i progetti dei padri fondatori, araldi della pace e profeti dell'avvenire, non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri» (leggi l'articolo).
     
Nel suo statement divulgato durante la fase di negoziazione pre-Summit, l’Ue incolpa i Paesi di origine di «non creare e mantenere le condizioni per i propri cittadini per rimanere volontariamente nei propri Paesi», e continua ancora: «C’è bisogno di assistere i rifugiati nei paesi limitrofi al proprio Stato di appartenenza», mentre è forte l’esigenza di intensificare le misure di rimpatrio e di cooperazione nei Paesi di origine. La posizione dell’Ue si concentra quindi nell’"aiutiamoli a casa loro” e nel mantenere i rifugiati nei Paesi limitrofi agli scenari di conflitto, lontani dalle nostre coste. Ma l’Ue non può pensare di  basare le proprie strategie per arginare questa crisi senza coinvolgere sé stessa nella responsabilità di proteggere e di contribuire alla costruzione della pace e della giustizia nelle aree di conflitto e insicurezza umana. Finora l’assenza di consenso tra gli Stati membri per un approccio comune fondato sui diritti umani, continua a favorire l’illusione di ridurre gli arrivi con il dispiegamento delle forze militari in mare e pagando Stati in conflitto, autoritari e con derive antidemocratiche come Libia, Sudan o Turchia, che in cambio controllano i confini in maniera “rigorosa”.
   
Più in generale, nel documento negoziato dagli Stati, il tanto raccomandato approccio più umano e dignitoso trova molti ostacoli nell’essere definito e realizzato. Gli Stati continuano a tergiversare, stanno allungando i tempi per un problema che non può più essere rimandato: l’Outcome è privo di azioni immediate e urgenti, in quanto tutto è rinviato al 2018, data prevista per l’adozione del Crr e del Global compact on safe and regular migration.
  
Nel documento è debole l’aspetto della responsabilità condivisa nei confronti dei rifugiati (comunque non si parla di quote di reinsediamento). Attualmente la condivisione del problema è sproporzionata: sono solo alcuni Paesi limitrofi agli scenari di conflitto a dover sostenere l’assistenza e l’integrazione dei rifugiati: Turchia, Pakistan, Libano, Giordania ed altri.
  
Nonostante il rinvio all’applicazione dei tanti trattati e convenzioni sui diritti umani, il documento suggerisce tra le righe che i bambini possono essere detenuti in virtù delle condizioni di status dei loro genitori, nonostante gli standard internazionali dispongano che la detenzione non rappresenti mai il miglior interesse del bambino. È necessario invece che vengano assicurati i più alti standard di protezione dei bambini migranti e che si termini con la pratica della detenzione, investendo in misure alternative.
   
Una serie di riferimenti nel documento sul rimpatrio e il ritorno non prestano sufficiente attenzione al principio di diritto internazionale di non-refoulement. Inoltre non c’è nessun richiamo alle migrazioni regolari.
  
Finora l’Outcome document assomiglia più che altro ad una ripetizione di impegni internazionali già presi, se non ad una diminuzione degli stessi, quindi un risultato del genere non può considerarsi un successo.
   
I movimenti cattolici, assieme a molte altre organizzazioni della società civile, chiedono che si adotti un documento pragmatico, con azioni definite in tempi brevi, azioni che salvino le vite in modo strutturale e non emergenziale, negoziando regimi migratori sicuri e legali, così come indicato nel target 10.7. nell’obiettivo sullo sviluppo sostenibile per l’uguaglianza. Occorre finirla al più presto con lo scempio che avviene nel Mediterraneo: l’indifferenza e il silenzio aprono la strada alla complicità quando assistiamo come spettatori alle morti per soffocamento, stenti, violenze e naufragi. 
   
Occorre definire oggi, in questo momento e non nel 2018, un piano che davvero protegga rifugiati, migranti e sfollati senza distinzione, sulla base di una responsabilità condivisa a livello internazionale, senza più lasciare nessuno indietro. Il vertice deve mirare al raggiungimento di tre obiettivi per arginare la crisi mondiale dei rifugiati: 
  • aumentare i fondi destinati alle richieste umanitarie e alle organizzazioni internazionali;
  • aumentare le ammissioni tramite canali legali e reinsediamenti;
  • aumentare la resilienza e l’inclusione tramite opportunità di formazione (con l’obiettivo di inserire 1 milione di rifugiati in percorsi formativi) e lavoro legale.
Bisogna ritrovare quel senso di solidarietà per i nostri vicini, come indicato da papa Francesco, «occorre rispondere alla globalizzazione del fenomeno migratorio con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Alla solidarietà verso i migranti e i rifugiati occorre unire il coraggio e la creatività necessari a sviluppare a livello mondiale un ordine economico-finanziario più giusto ed equo insieme ad un accresciuto impegno in favore della pace, condizione indispensabile di ogni autentico progresso» (Messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e Rifugiato 2015).