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«Tutto questo, però, viene da Dio»   versione testuale
Riconciliarsi con la Grazia, da poveri
 Don Paolo Asolan, docente di Teologia pastorale fondamentale presso la Pontificia Università Lateranense
   
Indice:
    
        
1. LA RICONCILIAZIONE (FORSE) PIÙ DIFFICILE
       
Iniziamo dal brano che ci ha accompagnato in questo anno (2 Cor 5, 14-21):
   
«L'amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio».
 
Il tempo di grazia del Giubileo è un tempo di perdono, cioè di offerta di vita nuova, in forza di un’opera di riconciliazione che fa passare in noi la carità di Cristo. Questa carità ci fa vedere in maniera diversa quanto prima vedevamo “alla maniera umana”. Si tratta di diventare “nuove creature” e di lasciar passare le “cose vecchie”, facendo spazio alle “nuove”. Da Cristo in poi stiamo dentro un amore che possiede tutti, che agisce come forza efficace di riconciliazione: nella sua morte Gesù ha azzerato un corpo e una condizione di peccato, innestando la novità della sua morte e della sua risurrezione nel nostro essere più profondo. 
È la Grazia: il dono della vita stessa di Dio, il suo Spirito. Una realtà umanamente improducibile. Solo il dono di Cristo ci può “rifare nuovi”, gente che riconosce e vive del fatto che uno è morto per tutti: che egli ha avuto “per tutti” una dedizione tale da offrirci non beni materiali o cose qualsiasi, ma Se stesso, così che noi possiamo partecipare della sua forza, che ha il potere di distruggere il male, la morte, il peccato e la divisione. Egli è il Redentore.
Non è facile accettare di essere amati così: è la riconciliazione più difficile, perché comporta l’accettazione della verità su di noi e di quella su Cristo. È più facile meritare qualcosa ed essere premiati, che vivere di quanto dobbiamo mendicare. È più facile riuscire con le nostre forze in quello che dobbiamo fare, che dipendere dalla Grazia di Dio
 
2. DUE TENTAZIONI DA VINCERE, ANCHE NEL SERVIZIO DELLA CARITÀ
  
Una riconciliazione non avvenuta con la Grazia di Dio si manifesta in due tentazioni, che il Papa ha descritto sia in "Evangelii Gaudium" (n. 94) che nel suo discorso alla Chiesa italiana riunita nel convegno di Firenze:
  
«La prima di esse è quella pelagiana. Essa spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l'apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.
La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.
Una seconda tentazione da sconfiggere è quella dello gnosticismo. Essa porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di "una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti" (EG, 94). Lo gnosticismo non può trascendere».
    
Perché un riferimento così deciso verso due posizioni teologiche? Perché la Chiesa non annuncia un messaggio soltanto spirituale o sociale, ma la presenza di Cristo nella storia è essa stessa segno efficace di quella Presenza. E questa Presenza non può e non deve essere identificata come un modello di umanità (nello gnosticismo: l’umanità di chi conosce le cose, sa bene le dottrine; nel pelagianesimo: l’umanità che sa fare e riesce a fare), ma come Colui che rivela l’uomo a se stesso, e lo rivela integralmente.
Gesù Cristo non è solo un modello per l’umanità, ma insieme e inseparabilmente il Redentore dell’umanità (cfr. Gv 3,17). Ossia, come afferma il Papa nello stesso discorso citando l’evento dell’Incarnazione, l’umanesimo che rivela il Vangelo è nascosto nel mistero pasquale, che ha posto in essere una nuova creazione e non un movimento spirituale o sociale di seguaci che desiderano imitare il loro Maestro e così vivere un po’ meglio, sentendosi più buoni.
L’umanesimo cristiano integrale è possibile comprenderlo a partire dalla decisione di Dio di essere nella storia per accompagnare l’uomo a realizzare se stesso. Questa scelta di Dio di manifestarsi nell’umanità appartiene alla sua libera decisione e non ha come obiettivo la proposta all’uomo di un messaggio etico-morale o sociale. Dio, in Gesù Cristo, ha salvato l’uomo riconciliandolo a sé.
È questa presenza reale e storica del Redentore nella Chiesa che la rende capace di interpretare la realtà sociale e culturale nella quale vive l’uomo. È illusorio pensare che il messaggio cristiano, anche sociale, sia capace in se stesso di aiutare l’uomo a vivere pienamente la sua umanità.
La vita in Cristo, infatti, non è un sapere o un fare, ma un partecipare.
Gnosticismo e pelagianesimo sono due tentazioni proprie di chi vive o si sforza di imitare il Maestro (come se fosse semplicemente un fondatore di religione) ma non si lascia guidare da Lui.
La vitalità della vita cristiana non si esaurisce con e nelle opere – siano esse spirituali o sociali (la salvezza non verrà mai soltanto dalle opere umane: questo sarebbe pelagianesimo) – ma nasce  e si sviluppa per la capacità di vivere oggi la Parola che si fida e si affida alla vita dei battezzati e delle concrete comunità ecclesiali. È questa fiducia che il Signore ha verso di noi la chiave di volta dell’evangelizzazione e del servizio della carità: fidarsi di altre vie, fatalmente ci farebbe cadere nello gnosticismo e nel pelagianesimo. Senza la presenza reale di Cristo nella Chiesa non ci sono né fede né carità teologali; e neppure umanesimo integrale, perché siamo stati fatti in Cristo. Ogni essere umano vive di questa relazione.
Quando la Chiesa fa fatica a riconoscere la presenza di Dio nella storia, questo dipende dal fatto che la sua fede è diventata astrazione, ideologia, lontananza dalla realtà umana concreta, anche se a parole si afferma il contrario. La Chiesa diventa così un fenomeno religioso tra i tanti, e non il sacramento della presenza e dell’azione del Risorto; diventa un fenomeno sociale tra i tanti possibili, e così si emigra dalla storia, nonostante si continui ad affermare il contrario.
 
3. SENZA GRAZIA, UN CRISTIANESIMO SENZA CRISTO
 
Senza Grazia si produce un cristianesimo senza Cristo, un’azione ecclesiale incapace di offrire la salvezza integrale – perché taglia fuori Cristo dal suo orizzonte, quasi si vergognasse di lui e del mistero pasquale. Direbbe san Paolo: della sua croce.
A volte capita di incontrare persone impegnate nel servizio della carità che vivono nell’illusione utopica che basti progettare meglio l’azione caritativa, coinvolgere di più le comunità cristiane, o modificare gli stili di vita attraverso le buone pratiche del commercio equo e solidale o dell’ecologia sostenibile… per avere il mondo migliore possibile – quasi che il peccato originale non continuasse i suoi effetti nefasti e non avessimo più bisogno della Pasqua del Signore.
Sarebbe la fusione del pelagianesimo e dello gnosticismo.
L’apertura della fede cristiana alle grandi questioni che il servizio della carità spalanca davanti a noi (assistenziali, economiche e politiche) non può ridursi alla compilazione di piani di azione o alla diffusione di una serie di norme/indicazioni da seguire o da sapere. 
Ha bisogno di radicarsi nella Grazia, e la Grazia genera uno sviluppo della carità – una circolazione in noi della vita dello Spirito di Dio –, non solo acutezza di analisi sociali o efficacia di interventi concreti (che evidentemente fanno parte della sua missione, ma non la esauriscono, e sono possibili – grazie a Dio – a qualunque non cristiano).
         

  
Circa lo gnosticismo pastorale: da "Evangelii Gaudium", n. 94
Questa mondanità può alimentarsi specialmente in due modi profondamente connessi tra loro. Uno è il fascino dello gnosticismo, una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti. 
  
Circa il pelagianesimo pastorale: da "Evangelii Gaudium", n. 94
L’altro è il neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo a un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico. Non è possibile immaginare che da queste forme riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore.
  
Circa le conseguenze di una vita senza radicamento nella Grazia (mondanità): da "Evangelii Gaudium", nn. 96-97
In questo contesto, si alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere. Quante volte sogniamo piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti! Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è “sudore della nostra fronte”. Invece ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele.
Chi è caduto in questa mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è ossessionato dall’apparenza. Ha ripiegato il riferimento del cuore all’orizzonte chiuso della sua immanenza e dei suoi interessi e, come conseguenza di ciò, non impara dai propri peccati né è autenticamente aperto al perdono. È una tremenda corruzione con apparenza di bene. Bisogna evitarla mettendo la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non lasciamoci rubare il Vangelo!
      

 
PER METTERE A FUOCO CIÒ CHE DESIDERIAMO DAL GIUBILEO E CHIEDERLO NELLA PREGHIERA AL SIGNORE (cfr. Mc 10,51)
  1. Come aiutarci a non pensare che la mondanità spirituale riguardi solo gli altri, e che pelagianesimo e gnosticismo infettano anche il nostro servizio di carità?
         
  2. Come riconoscere con verità la nostra povertà spirituale, il bisogno che abbiamo di essere salvati dalla comunione con Gesù Cristo, vivente e Risorto?
           
  3. Come la concreta relazione con i poveri e i bisognosi può convertirci alla realtà e farcela amare, aiutandoci a non far diventare la fede una astrazione o un compiacimento di noi stessi?
       
  4. Come vivere il sacramento della Penitenza, dove ci è elargita la grazia della riconciliazione con la nostra miseria, vista con gli occhi buoni e misericordiosi del Padre, nel quale facciamo esperienza di cosa significhi essere salvati?
       
  5. Come “assaporare l’aria pura dello Spirito Santo che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio”?