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Cooperare per democrazia e diritti alla base del diritto a rimanere   versione testuale
Andrea Stocchiero, policy officer Focsiv
       
Le recenti elezioni di Trump a presidente degli Stati Uniti d’America hanno visto ancora una volta come argomento dirompente e divisivo le migrazioni. Nel dibattito elettorale la creazione di muri e il respingimento degli irregolari sono i temi che attirano attenzione e voti. Questa tendenza crea forti preoccupazioni in vista delle prossime elezioni europee in Francia e Germania, Paesi cha rappresentano il cuore dell’Europa, e dopo che la Brexit ha già sancito la rottura dell’Unione. Il processo politico sta debilitando e riducendo sempre di più il diritto alla mobilità, mentre il diritto a rimanere viene usato in modo strumentale per rifiutare e respingere i migranti.
  
Di fronte a questa deriva, la nostra campagna ribadisce che l’uno non deve essere contrapposto all’altro: chi fugge da guerre e da una crescente insicurezza umana deve trovare accoglienza, soprattutto le persone e le comunità più vulnerabili. Il diritto alla mobilità è sempre più legato al dovere di protezione. E su questo non si può transigere e derogare, altrimenti si pongono in questione le fondamenta del diritto internazionale e dei diritti umani e quindi la convivenza pacifica tra Paesi e popolazioni. Contemporaneamente occorre continuare ad agire sul versante del diritto a rimanere, consapevoli che anch’esso si fonda sul rispetto e sulla tutela dei diritti umani e su un concetto di democrazia aperto e inclusivo. Vi è così coerenza del tutto.
  
È dal 2015 che l’Unione europea sta cercando di definire una nuova politica sulle migrazioni. Nonostante le divisioni tra gli Stati membri, l’orientamento di fondo è comunque chiaro: contenere e frenare le migrazioni. Esercitare quindi il diritto all’esclusione. Salvo lo strappo tedesco con l’apertura a un milione di profughi siriani, il fine è quello di erigere un forte confine esterno pagando i Paesi vicini, dalla Turchia ai Paesi saheliani e del Medio Oriente, affinché trattengano sul proprio territorio i rifugiati e i migranti. Lo strappo tedesco ha accelerato lo scontro tra i Paesi membri, la costruzioni di muri e l’imposizione di controlli sospendendo il trattato di Schengen. La salvezza della libertà di circolazione dentro l’Ue ha quindi imposto la costruzione di una frontiera esterna circondata da “Stati cuscinetto” dove stabilire campi profughi sempre più grandi.
   
In questa politica la cooperazione allo sviluppo viene utilizzata come uno strumento per ridurre i flussi di migranti irregolari agendo sulle cause profonde. Si sono così finanziati nuovi programmi e progetti, dal piano stabilito al vertice de La Valletta tra l’Ue e i Paesi africani al nuovo piano per gli investimenti esterni, che verrà lanciato al prossimo Consiglio europeo di dicembre 2016. 
  
In chi fa cooperazione è salda tuttavia la consapevolezza che queste misure hanno un effetto nel medio e lungo periodo, se effettivamente contribuiscono a uno sviluppo sostenibile, e soprattutto se appoggiano la creazione di un ambiente favorevole ai diritti umani e ad una democrazia inclusiva. Numerose analisi infatti dimostrano come nel breve periodo un relativo miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni vulnerabili, accresce la possibilità di nuove migrazioni, senza frenarle. Per migrare ci vogliono soldi, che diventano disponibili con un relativo aumento del reddito familiare. Viceversa, nella narrazione attuale, la cooperazione viene strumentalizzata al discorso del controllo delle migrazioni, sapendo di mentire.
   
Ma allora qual è il ruolo della cooperazione allo sviluppo rispetto alla questione migratoria e per il diritto a rimanere? Su questo la Focsiv ha tracciato alcune linee guida per un approccio globale. Sono almeno sette le direzioni sulle quali lavorare.
   
Innanzitutto è bene ricordare che lo scopo della cooperazione è lottare contro la povertà e le crescenti disuguaglianze rendendo effettivi i diritti delle persone e delle comunità. Le migrazioni possono avere un effetto positivo a tal fine se sono valorizzate adeguatamente. Le migrazioni possono favorire lo sviluppo delle comunità di origine. Si tratta di identificare i meccanismi attraverso i quali “far funzionare” le migrazioni, senza frenarle inutilmente. Questo dovrebbe essere l’approccio di fondo della cooperazione.
  
Di conseguenza, e in secondo luogo, la cooperazione ha un ruolo importante da giocare rispetto al fenomeno migratorio più rilevante in assoluto: quello tra le campagne e le città nel Sud del mondo. Le migrazioni più importanti sono quelle che avvengono all’interno dei Paesi. Migliorare le condizioni di vita nelle campagne accompagnando le migrazioni verso le città con programmi di protezione sociale, di formazione e inclusione nel mondo del lavoro, diversificando le economie urbane, sono gli elementi essenziali.
   
Questo implica, in terzo luogo, la necessità che la cooperazione si inserisca in una trasformazione profonda delle politiche nazionali a favore dell’accesso effettivo ai diritti sociali ed economici. Per dirla con Papa Francesco si tratta di garantire alle comunità deprivate e quindi anche ai migranti l’accesso alla terra, alla casa e al lavoro. I nuovi obiettivi per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite vanno in questo senso, ma è a livello nazionale e locale che si giocano le lotte di potere sui diritti. La cooperazione ha un ruolo importante da giocare a fianco delle comunità più vulnerabili e dei migranti, per sostenere le loro battaglie e una democrazia inclusiva.
   
In quarto luogo, occorre agire a livello regionale e internazionale perché le migrazioni si indirizzano, oltre l’ambito nazionale, verso i Paesi vicini e poi verso quelli lontani. La cooperazione dovrebbe accompagnare la definizione di regole bilaterali, regionali e multilaterali, che favoriscano migrazioni regolari, sicure, di valorizzazione delle capacità e competenze dei migranti, riducendo i costi del cosiddetto brain drain per i Paesi di origine, migliorando l’impatto delle rimesse in investimenti per lo sviluppo locale. 
  
In questo senso un approccio globale dovrebbe seguire la rotta dei migranti dall'origine, al transito al destino, comprendendo l’eventuale ritorno volontario, la reintegrazione, così come la circolazione: molti migranti con le loro famiglie si caratterizzano per agire in uno spazio transnazionale dove la mobilità si dispiega con diverse modalità e in diversi tempi. Non ci sono andate e ritorno fisse e prestabilite. La cooperazione dovrebbe comprendere questi movimenti e accompagnarli per renderli più efficaci in termini di sviluppo umano.
   
In quinto luogo, la cooperazione dovrebbe inoltre essere consapevole del fatto che si stanno creando Stati cuscinetto dove si concentrano rifugiati e sfollati, e dove comunque occorre esserci con aiuto umanitario e per lo sviluppo, per evitare il peggioramento della situazione, il rafforzamento di tensioni e conflitti; denunciando però la miopia  e l'incoerenza della politica europea.
   
Un sesto asse dovrebbe dare priorità alla dignità umana dei migranti più vulnerabili, donne e minori vittime di tratta, migranti emarginati e sfruttati nel mercato nero. Per queste persone vanno posti in essere programmi di protezione sociale e accompagnamento all’inclusione sociale laddove essi decidano di vivere, in Europa così come nei Paesi di origine e di transito.
   
In settimo luogo la cooperazione non si deve fermare sulla questione delle cause profonde (insicurezza umana: povertà e conflitti), ma deve essere consapevole della complessità delle cause che generano le migrazioni (squilibri e disuguaglianze rispetto ai Paesi ricchi, catene migratorie e strategie familiari per diversificare il rischio, transnazionalismo) e quindi agire non solo al sud ma anche al nord in modo coerente. Si vedano ad esempio i problemi del brain e care drain: siamo noi che "attiriamo" i migranti per rispondere ai nostri bisogni del mercato del lavoro; nella storia la grande parte delle migrazioni si spiega con la domanda di forza lavoro dei Paesi più ricchi e con il fatto che la migrazione è considerata dalle famiglie come l’opzione migliore per ridurre le disuguaglianze e accedere a migliori condizioni di vita. Salvo poi ritrovarsi sfruttati anche nei mercati del lavoro del nord.
   
Di conseguenza, la cooperazione può essere efficace nella valorizzazione delle migrazioni e per la dignità umana se è accompagnata da una importante politica di accoglienza e integrazione nei Paesi di destino. Il che significa non solo fare assistenza ma soprattutto modificare il mercato del lavoro, quello della casa, i servizi sociali e l’accesso ai diritti politici. Questioni più profonde e difficili di una prima accoglienza, che mettono in gioco il dibattito democratico. Una efficace integrazione è condizione essenziale per un ruolo positivo dei migranti a favore delle famiglie e dei Paesi di origine.
   
In definitiva il grande ruolo della cooperazione è quello di sostenere i diritti umani e democrazie inclusive a livello internazionale. La lotta per la dignità umana è alla base di tutto, a prescindere dai luoghi. Laddove sono rispettati i diritti ed è tutelata la dignità umana si creano le condizioni affinché non vi sia alcun bisogno di migrare se non per libera scelta.