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Emergenza Nord Africa: l'impegno della Caritas   versione testuale
 
accoglienza caritas a LampedusaIl 28 febbraio scorso, a circa due anni dal suo inizio, è terminato lo stato d’emergenza causato dagli “Eccezionali arrivi di migranti dal Nordafrica”, cominciato con gli sbarchi a Lampedusa di cittadini tunisini, cui sarebbero seguiti gli arrivi dalla Libia  di persone originarie di molti paesi africani. Alla chiusura in via amministrativa di quest’emergenza non ha corrisposto, però, la fine dei problemi collegati all’accoglienza di migliaia di persone (rispetto alle 55 mila giunte in Italia), che ancora oggi attendono risposte e vivono una condizione di grande incertezza e precarietà esistenziale.
 
Il provvedimento che decreta la fine dell’emergenza fornisce comunque lo spunto per fare un bilancio di 22 mesi di intenso lavoro, che ha visto Caritas Italiana, insieme a molte Caritas diocesane, spendersi nell’assistenza e nella tutela dei profughi giunti in Italia.
 
Sono molte le voci che andrebbero analizzate, per comprendere se questa vicenda si è chiusa con un saldo positivo o meno. Se ci dovessimo limitare a quanto scritto e dichiarato anche da Caritas Italiana sull’azione di governo, il giudizio sarebbe tranchant in negativo, a maggior ragione se si analizzasse il rapporto costi (economici per lo stato) – benefici (di integrazione per i rifugiati). Ma in questa complessa esperienza non hanno contato solo il governo, con tutto il suo apparato, né solamente le risorse stanziate per l’accoglienza. Gli attori in gioco sono stati molteplici, le relazioni instaurate numerose, sia all’interno delle organizzazioni che hanno lavorato per l’emergenza e in emergenza, sia tra le varie organizzazioni, sia tra le istituzioni e gli organismi di tutela e accoglienza.
 
Sulle falle del sistema si è scritto molto e vale la pena ricordare velocemente alcuni aspetti particolarmente critici: l’individuazione delle strutture ove ospitare i migranti è stata spesso frettolosa e poco concordata con le istituzioni locali; la scelta delle strutture è caduta su tipologie assai varie, con enormi differenze in termini di qualità dei servizi offerti alle persone; i costi di gestione sono stati enormi. Inoltre, la grande indecisione governativa circa lo status da attribuire ai profughi ha contribuito a determinare la lunga durata delle accoglienze, con pesanti ripercussioni sull’efficacia e la serenità delle stesse: in diversi
contesti gli animi degli ospiti si sono surriscaldati, a causa dell’assenza di prospettive per il futuro, creando non pochi problemi di ordine pubblico. Tali criticità hanno condizionato anche la vita delle Caritas coinvolte nell’accoglienza. È innegabile, però, che questo lungo periodo abbia costituito anche una palestra per tutti coloro che hanno voluto contribuire alla risoluzione di un’emergenza umanitaria con caratteristiche complesse. Ci si è incontrati, scontrati e confrontati su vari terreni e a più livelli.
 
Dal lavoro in banchina a Lampedusa e sui binari a Ventimiglia, all’accoglienza diffusa nell’intero paese, fino alla costante interlocuzione con le istituzioni locali e nazionali. Insomma, si è trattato di un’esperienza intensa, pur nel suo non sempre intelligibile e a tratti faticoso sviluppo. Le peculiarità di questo percorso sono anzitutto consistite nel fatto che ci si è dovuti misurare con profughi originari di paesi che, in gran parte, non erano quelli da cui provenivano: ciò ha imposto agli operatori una costante “ridefinizione geografica”. Si è lavorato per persone giunte da Libia e Tunisia, ma spesso originarie dell’Africa subsahariana o del subcontinente indiano e ciò ha richiesto un notevole sforzo nell’attivare contatti con le rappresentanze consolari in Italia, con i vari ministeri competenti, con le Caritas nazionali presenti nei paesi di origine e di transito.
 
Un altro aspetto nuovo, almeno nella sua evoluzione, è stato il coinvolgimento diffuso di Caritas di diversi territori. Lo sforzo per tentare di seguire efficacemente le varie realtà diocesane ha imposto a Caritas Italiana l’attivazione di nuovi strumenti di coordinamento, come la costituzione di gruppi di lavoro ad hoc, oltre che la formazione specifica degli operatori impegnati nell’accoglienza in emergenza. Non bisogna poi dimenticare che gli attori istituzionali sono stati diversi: dal ministero dell’interno, con le sue articolazioni territoriali, alla Protezione civile nazionale, dal ministero del lavoro alla Conferenza Stato-Regioni, passando per l’Anci. Un panorama vasto, che ha complicato ulteriormente il quadro ma che ha permesso di attivare relazioni e in alcuni casi anche buone prassi (basti pensare al sistema delle struttureponte per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati).
 
In definitiva, dunque, il bilancio è fatto di luci e ombre. Le prime, indubbiamente, ascrivibili alle tante realtà diocesane che, con la loro indefessa opera di tutela dei cittadini stranieri giunti in Italia, hanno dimostrato che la Caritas è una rete capace, in maniera innovativa e utilizzando in modo trasparente le risorse pubbliche, di fare sistema e di costruire modelli di esperienza, per rispondere efficacemente a emergenze internazionali che presentano un alto grado di complessità.
 
 
 

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